giovedì 20 maggio 2010
giovedì 6 maggio 2010
Quali cause?
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Accanto alle cause del disagio giovanile, legate alla crisi della società di oggi, mi sembra importante far notare come l’innalzamento dell’obbligo scolastico abbia trasferito molti problemi legati alla gestione degli studenti meno motivati, dalla scuola media inferiore a quella superiore, senza che ci sia stata un’adeguata formazione dei docenti. Inoltre molte problematiche sono spesso legate ad una scelta prematura o non supportata da un processo di orientamento formativo, cioè inteso in senso più ampio come processo di scoperta del proprio io, delle attitudini, delle capacità e anche di consapevolezza dei propri limiti. Una scelta improvvisata o motivata da altre variabili si manifesta subito nelle prime classi della scuola media superiore e può portare ad un percorso difficoltoso e terminare anche con l’abbandono. Un’altra dimensione di disagio è quella che vivono gli studenti stranieri particolarmente nei primi anni della scuola superiore. Alcuni di loro appartengono già alla seconda generazione dell’immigrazione, mentre altri approdano alla scuola veneta anche in corso d’anno. Particolarmente seri i problemi linguistici e conseguentemente di integrazione sociale che danno luogo a fenomeni di emarginazione e di disagio.
Disagio nella scuola veneta?
Nel 2007 la percentuale di “early school leavers” del Veneto, e cioè dei giovani nella fascia dai 18 ai 24 anni che hanno conseguito un titolo di studio al massimo di scuola secondaria di primo grado, è solo del 12,2% e quindi non lontana dal 10% che è l’obiettivo per l’Europa del 2010 (Documento di Lisbona sulla dispersione scolastica), nonostante questo però il disagio e la dispersione scolastica sono un problema allarmante e lo sperimentiamo quotidianamente noi docenti.
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sabato 1 maggio 2010
Azioni di contrasto alla dispersione predisposte dal Ministero
La problematica del disagio e della dispersione scolastica è stata affrontata a livello nazionale dal Ministero della Pubblica Istruzione già a partire dagli anni ’90 con l’istituzione dei Centri di Informazione e Consulenza - CIC – (DPR 309/90) tuttora utilizzati nelle scuole e spesso punti di riferimento per studenti, docenti e genitori nell’affrontare situazioni problematiche. Importante anche il D.lgl 297/94 (art. 326) con cui viene affidato al MPI il compito di coordinare e promuovere attività di educazione alla salute nelle scuole. Queste attività, svolte in collaborazione con le agenzie sociosanitarie del territorio, hanno ottenuto un successo notevole perché sono diventate parti integranti della programmazione educativa della scuola e integrano la formazione degli allievi contribuendo al loro processo di crescita.
Nei primi anni del 2000 poi il Ministero ha individuato altre linee di prevenzione e di contrasto alla dispersione scolastica puntando per esempio sulla funzione dell’orientamento nei momenti di passaggio da un ordine di scuola all’altro ( L. 76/05 art. 4). In quest’ottica orientamento significa aiutare lo studente a pervenire ad una conoscenza di sé, delle sue attitudini, interessi, bisogni, per condurlo ad operare una scelta consapevole che possa condurlo al successo scolastico.
Ma è il quadro normativo dell’Autonomia Scolastica e cioè la Legge 59/1997 e il D.P.R. 275/99 che attribuisce alle singole istituzioni scolastiche la possibilità di intervenire in modo mirato sui bisogni specifici della scuola. Inoltre con la Legge 169/2008 viene stabilito l’obiettivo di “Cittadinanza e Costituzione” che è trasversale a tutte le discipline e rinforza il concetto che il compito della scuola è la formazione dello studente come cittadino in grado di prendere parte attivamente alla vita della società civile. Questo significa implicitamente lotta e prevenzione al disagio e alla dispersione scolastica.
Quindi la scuola dell’autonomia si deve porre l’obiettivo prioritario di portare tutti i suoi studenti al successo formativo personalizzando, differenziando ed integrando la propria offerta formativa e condividendo i suoi percorsi con le famiglie e con le istituzioni e i servizi territoriali sensibili alla costruzione di una società educante.
Nei primi anni del 2000 poi il Ministero ha individuato altre linee di prevenzione e di contrasto alla dispersione scolastica puntando per esempio sulla funzione dell’orientamento nei momenti di passaggio da un ordine di scuola all’altro ( L. 76/05 art. 4). In quest’ottica orientamento significa aiutare lo studente a pervenire ad una conoscenza di sé, delle sue attitudini, interessi, bisogni, per condurlo ad operare una scelta consapevole che possa condurlo al successo scolastico.
Ma è il quadro normativo dell’Autonomia Scolastica e cioè la Legge 59/1997 e il D.P.R. 275/99 che attribuisce alle singole istituzioni scolastiche la possibilità di intervenire in modo mirato sui bisogni specifici della scuola. Inoltre con la Legge 169/2008 viene stabilito l’obiettivo di “Cittadinanza e Costituzione” che è trasversale a tutte le discipline e rinforza il concetto che il compito della scuola è la formazione dello studente come cittadino in grado di prendere parte attivamente alla vita della società civile. Questo significa implicitamente lotta e prevenzione al disagio e alla dispersione scolastica.
Quindi la scuola dell’autonomia si deve porre l’obiettivo prioritario di portare tutti i suoi studenti al successo formativo personalizzando, differenziando ed integrando la propria offerta formativa e condividendo i suoi percorsi con le famiglie e con le istituzioni e i servizi territoriali sensibili alla costruzione di una società educante.
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Disagio scolastico: cos'è e come si manifesta

Riprendendo il documento di Barbara Sandrucci “il concetto di disagio giovanile è un concetto estremamente complesso”. Spesso è utilizzato erroneamente come sinonimo di “disadattamento” e “devianza”, mentre li differenzia una successione di crescente problematicità ( “dal malessere dell’individuo ad un dichiarato conflitto sociale”). Non sono concetti omogenei, il disagio è “esplorato dalla pedagogia e psicologia ed è una condizione legata a percezioni soggettive di malessere (il disagio si “sente”, ma non necessariamente si vede)
Nella scuola il disagio giovanile si manifesta come incapacità da partedello studente di affrontare positivamente e con successo il suo percorso scolastico.
Le cause sono molteplici e sono legate a variabili personali ( fattori interni alla persona come autostima, fiducia e motivazione) e contestuali ( fattori esterni connessi alla provenienza sociale, clima familiare, gruppo dei coetanei ecc.). Anche le manifestazioni sono molte, si va dalla scarsa partecipazione, disattenzione in classe a comportamenti di disturbo, cattivo rapporto con i compagni fino ad una assoluta carenza di spirito critico, mancanza di curiosità e di interessi, tendenza all’isolamento, all’ apatia. Manifestazioni del disagio scolastico sono anche difficoltà di apprendimento o flessione del rendimento.
Importante è inoltre a questo proposito il concetto di circolarità con cui queste variabili si influenzano reciprocamente e si intersecano “rendendo difficile definirne i confini causali” (“spirale progressiva” M.L. Pombeni)
La soluzione finale è talvolta l’abbandono e la rinuncia al percorso scolastico intrapreso senza il conseguimento di una qualifica che gli consenta l’inserimento nel mondo del lavoro.
Il Disagio scolastico si può manifestare con “intensità” diverse, disagio non grave, intermedio e grave e anche se esso è quasi sempre legato a fenomeni di scarso successo può coinvolgere anche alunni normodotati (underachieverer) che mostrano disinteresse verso lo studio e abbandonano i percorsi iniziali perché “costa loro fatica” ( Elena Zambianchi “Laboratorio disagio e dispersione scolastica” 24/04/10 per Master mundis)
Mi sembra doveroso citare anche il fattore “disagio dell’insegnante” che può incidere sul clima della scuola influenzando le dinamiche relazionali e educative tra studenti, tra docenti e studenti creando disfunzioni nel sistema scuola.
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giovedì 29 aprile 2010
mercoledì 28 aprile 2010
Introduzione: dall'esperienza a scuola all'individuazione del problema
Esiste nel mio istituto una Funzione Strumentale “ Benessere a scuola”che si occupa di attività per la cura dello stare bene a scuola degli studenti, coordina le loro attività musicali e teatrali, organizza con loro le feste di istituto e propone progetti di educazione alimentare, alla salute, all’affettività ecc . Alcuni insegnanti si lamentano talvolta perché devono cedere un’ora di lezione ad un esperto che viene a tenere una conferenza o un laboratorio nell’ambito di queste attività. Ultimamente inoltre succede sempre più spesso che venga richiesto l’intervento del Dirigente Scolastico per provvedimenti disciplinari nei confronti di studenti che infrangono in vari modi le norme del regolamento di disciplina dell’istituto e che non dimostrano timore e rispetto nemmeno verso i propri insegnanti. Non si fermano nemmeno di fronte alla minaccia del 5 in condotta.
Molto spesso questi insegnanti che chiedono l’intervento del Dirigente Scolastico sono gli stessi che si erano lamentati in precedenza per aver perso un’ora di lezione per un’attività che a loro parere era solamente una perdita di tempo, convinti che il compito della scuola continui ad essere solo ed esclusivamente “l’insegnamento e la verifica degli apprendimenti”.
Questi due atteggiamenti del corpo docente di fronte al fenomeno della nuova utenza scolastica denunciano un’impreparazione ad affrontare le nuove problematiche giovanili, caratterizzate spesso da forme più o meno manifeste di disagio. Molti docenti infatti, spesso perchè frustrati da risultati insoddisfacenti, sentono la necessità e il dovere professionale di ricercare un nuovo approccio educativo e didattico ed assumono la scuola in una visione più ampia e complessa come luogo di formazione, di crescita di promozione del benessere dello studente. Altri docenti invece continuano ad interpretare la loro funzione come sempre e ritengono loro unico compito quello di insegnare la propria disciplina di studio relegando ad altri ruoli responsabilità e compiti di prevenzione e gestione del disagio scolastico.
Dice Barbara Sandrucci nella sua introduzione al saggio “Processi di marginalizzazione etica e sociale e modalità di recupero e di integrazione nella scuola” che “Molte volte l’acquisizione di una competenza specifica..” in questo ambito e da parte dei docenti “..suscita addirittura dubbi e perplessità, come se preannunciasse un’uscita dai limiti del ruolo docente ed uno sconfinamento verso quello dello psicologo e dell’assistente sociale”.
E’ anche vero, come dice sempre Barbara Sandrucci, che la figura del docente non deve comunque sovrapporsi a quella dello psicologo, del counselor o dell’assistente sociale, “per non determinare confusioni di ruolo..”
Molto spesso questi insegnanti che chiedono l’intervento del Dirigente Scolastico sono gli stessi che si erano lamentati in precedenza per aver perso un’ora di lezione per un’attività che a loro parere era solamente una perdita di tempo, convinti che il compito della scuola continui ad essere solo ed esclusivamente “l’insegnamento e la verifica degli apprendimenti”.
Questi due atteggiamenti del corpo docente di fronte al fenomeno della nuova utenza scolastica denunciano un’impreparazione ad affrontare le nuove problematiche giovanili, caratterizzate spesso da forme più o meno manifeste di disagio. Molti docenti infatti, spesso perchè frustrati da risultati insoddisfacenti, sentono la necessità e il dovere professionale di ricercare un nuovo approccio educativo e didattico ed assumono la scuola in una visione più ampia e complessa come luogo di formazione, di crescita di promozione del benessere dello studente. Altri docenti invece continuano ad interpretare la loro funzione come sempre e ritengono loro unico compito quello di insegnare la propria disciplina di studio relegando ad altri ruoli responsabilità e compiti di prevenzione e gestione del disagio scolastico.
Dice Barbara Sandrucci nella sua introduzione al saggio “Processi di marginalizzazione etica e sociale e modalità di recupero e di integrazione nella scuola” che “Molte volte l’acquisizione di una competenza specifica..” in questo ambito e da parte dei docenti “..suscita addirittura dubbi e perplessità, come se preannunciasse un’uscita dai limiti del ruolo docente ed uno sconfinamento verso quello dello psicologo e dell’assistente sociale”.
E’ anche vero, come dice sempre Barbara Sandrucci, che la figura del docente non deve comunque sovrapporsi a quella dello psicologo, del counselor o dell’assistente sociale, “per non determinare confusioni di ruolo..”
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